Ricordo perfettamente quel giorno di Dicembre del 1997. Quel gelido giorno, arrivammo al parcheggio sotto alle pareti che il mondo attorno a noi era completamente congelato. Al tempo l’auto che avevo non era dotata di ammenicoli quali l’indicatore di temperatura esterno ma tranquillamente, a sensazione, il termometro era nei pressi dei meno dieci. Scesi dall’auto e mi infilai tutto quello che avevo tanto che sembravo l’omino della Michelin!! Tutto era bianco, l’erba, gli alberi, le sponde del Brenta, persino il treno che passava (e tutt’ora passa) sotto alle pareti andava piano piano, quasi fosse ghiacciato pure lui, forse anche le trote del fiume e, ho memoria certa, che il primo tiro era condito di ghiaccioli e che lo scalai con le mofole, mentre negli altri mi arrabattai in sosta tra “resting e tiring”. Questa fu la mia prima esperienza alla parete di San Vito di Arsiè
Tornai spesso con piacere a scorribandare, nonostante la rumorosa superstada, nelle mie prime esperienze verticali, per quelle placche sospese, quei diedri e muri di roccia grigia perfetta, condussi tanti amici a scoprire le pieghe di quella parete, la Crisalide, la Battaglia, la Kojanisquatsi, la variante del Cismo Nero, poi per molti anni tutto cadde nel dimenticatoio, quasi che la moda fosse passata o forse, più semplicemente, cambiai le inclinazioni della mia scalata o ancora più probabilmente per chissà quale motivo c’era sempre altro da fare.

Capita però, che frugando dentro al baule della memoria, in un recondito angolino, sia nascosta la sensazione di stringere quell’appiglio in quel luogo, in quella via, in quel tiro, in quel momento e con quel compagno… Domenica scorsa, ossia circa 18 (!!!!!) anni dopo la prima volta, con il fido Stefano che mi condusse in quel gelido inverno del millennio scorso, tentare di tenere quel biditino infame sul terzo tiro della Kojani, leggere il cartello “vietato sporgersi” al secondo chiodo della placca sospesa e soprattutto testare la mescola delle scarpette e la forza delle dita su quello che è uno dei tiri più intensi, spalmati belli ed “old style”della Valle: la mitica “Placca della Battaglia”

Si avvera un desiderio, per la prima volta, e dopo aver salito circa un centinaio di tiri dal 7b all’8a di cui non ricordo nè i movimenti, nè la forma degli appigli, riesco a scalare tutta la Battaglia in libera, che nonostante il suo modesto (provatelo!) 6c+ massimo, mi regala una giornata favolosa a spolverare ricordi e ritrovare appigli che conoscevo già e che ricordavo perfettamente, come fossero degli amici con i quali hai trascorso tanti momenti assieme….. ma in fondo, a ben pensarci, è proprio così: esattamente come una persona o un luogo, una salita, dal monotiro alla via alpinistica ti rimane dentro se ha personalità, storia (a volte leggenda) e se ha qualcosa da dirti e da darti, altrimenti cade nell’elenco numerico del “salito o da salire”, nel mero e sterile computo del curriculum, senza farti emozionare quando la nomini. Ecco, per me, la parete di San Vito è un’amico con il quale sedermi spesso a chiacchierare.
Se volete maggiori dettagli sulle vie della parete di San Vito vi consiglio la guida “Valsugana e Canale del Brenta” di Ermes Bergamaschi edizioni Idea Montagna
Fedeclimb76

