lessi il libro arrampicarsi all’inferno dopo aver frequentato il corso di alpismo con il cai. Era un libro da non perdere, consigliabilissimo quando ventenne approcciavo all’andare per monti imbevuto di epica retorica montana dove rischio e panico dovevano essere fattori portanti di questa salubre attività. All’epoca lo trovai perfetto. Morti, paura, pericoli, disastri e polemiche, un po’ come il mio andare in montagna del tempo. Da rabbrividire.
La trama è semplice. Descrive fatti realmente accaduti, quando due cordate, unitesi per tentare di ripetere la parete nord dell’eiger rimasero imprigionate per molti giorni tra i suoi meandri e, dopo un lungo battibecco tra soccorritori venne salvato il solo claudio corti, con uno strascico di polemiche infinite. Il libro scorre via veloce in una prima parte narrativa dei fatti ed una seconda di analisi di questi ultimi.
Rileggendolo oggi quasi con ritrosia, ho trovato lo stile epico che ricordavo, narra della montagna come liberazione, salvezza ma anche prigione e morte, distaccandola da un pubblico di comuni mortali e rendendola avvicinabile soltanto da super-uomini, un vero e proprio mostro feroce in grado di attirare l’attenzione di pochi e il rispetto di tutti. i tempi sono cambiati e anche il mio modo di andare in montagna ma il libro che spesso si trova nelle biblioteche del cai ha qualcosa che sa ancora di arcaico, retorico pur nella ricerca di dipanare una intricata matassa di colpe. Spesso legato a luoghi comuni come la ritrosia degli svizzeri, la svagatezza e sempliciotteria degli italiani che hanno bisogno di essere comandati, l’assenza di paura dei teutonici, ma anche il contrasto tra ricchi e poveri ed il campanilismo tra vallate e popoli.
Devo dire però che l’aspetto che più ha destato la mia attenzione in questa seconda lettura è quello giornalistico, aspetto che ancora oggi è uno dei fattori di discussione di quello che io chiamo movimento verticale. Si parla poco dei monti, dei problemi legati ad essi o delle enormi potenzialità, si pensa piuttosto a sforacchiarli o disboscarli, ancor meno si narra delle persone che ci vivono o che le salgono, se non su qualche anfratto della rete web….. un po’ un sistema di carbonari che si muovono nell’ombra fintantochè occasionalmente, in concomitanza con eventi drammatici, torna agli onori delle conache cartacee e televisive per tramutarsi nuovamente in orco malefico e poi sparire nuovamente nell’oblio.
Non capisco ancora se questo è un aspetto positivo o negativo. Maggior attenzione significa più flusso di persone con tutto ciò che si innesca inconfutabilmente….. ma non è l’attenzione mediatica ciò di cui ha bisogno la montagna ma l’informazione, perchè informare significa fare cultura e di questa c’è ancora tanto, tantissimo bisogno.

