Written by 18:57 Alpinismo, Arrampicata

Onirismo – ovvero conversazioni con i maestri del verticale –

Non sono solito poltrire sul divano dinnanzi alla stufa a leggere…. ma più di essere andato a correre sotto al diluvio e dopo aver fatto quasi due ore di trave, non trovo nulla di meglio per trascorrere il pomeriggio uggioso. Certo interessante, valido culturalmente, mette senza dubbio voglia di agire leggere delle imprese dei fratelloni Huber, delle free solo di Alex Honnold, delle salite di 9a di Ondra, o dei numeri sulle recondite vallate Dolomitiche di Ivo Ferrari, persino conoscere la necessaria tenacità degli allenamenti per riuscire nelle gare di arrampicata è interessante ed utile…. ma, sarà il calduccio della stufa, il tichettio della pioggia inesorabile, la palpebra si stanca, la luce diventa fioca l’inverno e il maltempo non danno tregua…….

“Vedi Federico, io credo che la grande differenza tra salire una via come Silbergeier o Hotel Supramonte e salire dei monotiri sia proprio il tempo: su un tiro al limite devo essere razionale e perfetto, mentre quando scalo al di sotto del mio limite sono istintivo. Su una via lunga c’è tempo per entrambe le cose.”

Ma questa è l’essenza stessa dell’alpinismo: l’insieme del lato tecnico e di quello emotivo e, mentre il primo lo sviluppi con i monotiri difficili, il boulder o la plastica (arrampicata sportiva), il secondo lo assorbi andando su vie dove ti senti sicuro…..

E’ innegabile però che “l’arrampicata è completa se c’è l’engagement, l’autocontrollo. Da un 7a fatto con la corda dall’alto non hai nulla da chiedere alla vita, se fatto dal basso cominci a chiedere a te stesso qualcosa, e questo qualcosa può essere da poco a tutto…”

Naturale che la motivazione e la componente psicologica siano chiamate in causa se parliamo di alpinismo.

“Purtroppo spendo molte energie nervose inutilmente, ammiro molto chi fa hard grit e trovo che siano gli arrampicatori più vicini all’essenza del free-climbing degli albori”.

I germogli della scalata moderna, uomini e donne fuori dalle righe, avanguardisti e autori di imprese memorabili, sostengo da molto che sia stato in quegli anni che la big wawe dell’arrampicata abbia travolto i canoni“ so che è stato stilato un elenco delle salite da me effettuate ma tutt’ora irripetute, ma non esistono vie irripetibili, soltanto itinerari lontani dalle rotte dei più forti: lunghezze di corda che hanno caratterizzato una tappa della scalata, quella nella quale bisognava arrampicare per arrivare in sosta e dove la componente psicologica giocava il suo ruolo”. Ed ecco che con il tempo che trascorre il terreno dove misurare la difficoltà diventa più strapiombante, non più le placche spalmate degli anni ’80 ma vita al di là della verticale, quando la componenete fisica prende il sopravvento e gli allenamenti diventano essenziali “Non so ma credo che l’arrampicata sia a doppio taglio, non so se ti fa bene o ti fa male, se migliora o no la qualità della tua vita. Ti senti obbligato ad allenarti, ad andare di più, più che un castigo diventa una schiavitù. Lo è per tutti anche per me. E’ una condanna all’insoddisfazione perenne, hai sempre dentro un senso di inquietudine perchè hai sempre nuovi orizzonti oltre cui andare”.

Questo è l’aspetto più interessante non solo dell’alpinismo/arrampicata ma dell’uomo in genere, la ricerca dei confini e dei limiti propri e alla fine credo che si riveli solamente come una scelta di vita. Nuovi Orizzonti era il nome di una futurista falesia chiodata e scoperta da Roberto Bassi e nuovi orizzonti significano libertà, spazi, vita al di fuori dei recinti di una società spenta e moribonda. Chi ha scelto di essere arrampicatore/alpinista, più o meno forte, più o meno famoso, ha scelto di essere inquieto e con obiettivi, piuttosto che mummificarsi dentro ad un capannone guardando il mondo dalla finestra. Non siamo meglio degli altri, anzi. Ma siamo sicuramente diversi.

Grazie a Pierino Dal Prà, Patrick Berhault, Yuji Hirayama, Manolo per aver allietato il mio assopimento con digressioni sul mondo verticale in questo pomeriggio di pioggia. (Le frasi sono tratte dal libro “Uomini e Pareti”).

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